New York 2.

Eravamo rimasti che avevamo finito le figurine di Manhattan. Bene, bravi tutti. Next step.

Brooklyn

Personaggi famosi: l’hip hop, la gomma del ponte, Lui .

Rapporto scala “Bari”: San Pasquale, Mungivacca, Bari Vecchia.

Trattasi non di un quartiere, bensì di una città, con un casino di altri quartieri all’interno. E il sindaco è Jay-Z. Io ho vissuto qui ed ho subito un bombardamento emozionale a tappeto della durata di 11 giorni. Incluso quando uscivo per comprare la carta igienica. Soprattutto quando uscivo per comprare la carta igienica. Si fottesse Kreuzberg, l’obbligo di imparare il tedesco e il problema del sovraffollamento di clubbers senza timor di Dio, se volete prendervi un tempo di riflessione artistico-introspettiva (= drogarvi a merda con altri ammalati di vivere), prima di accettare il posto in banca alla Popolare (beati voi stronzi), è qui che dovete sputtanarvi i soldi del regalo di laurea. Pochi cazzi. Io per esigenze narrative, oltre che per pigrizia e mancanza di informazioni, vi parlerò solo degli hoods più interessanti, ma fidatevi di me come vi fidereste dell’uomo del Monte in una piantagione di ananas.

Enough bullshit, let’s get deep.

Williamsburg

Il quartiere proprio trooooppo giusto di Brooklyn, si scrive Williamsburg, ma si pronuncia Hipster. Ora, io vengo da e vivo in un paese della provincia pugliese, quindi non posso parlarvi di questa sotto-cultura, non sono autorizzato. E non ne ho nemmeno troppa voglia. Quindi diciamo solo che è in questa parte di Brooklyn, alla luce alogena di una stufa cinese, che le velleità artistiche dei giovani, americani e non, vengono annichilite dalle droghe sintetiche. E’ qui, che trovano ragione di esistere tutti i baffi, le reflex, i vegani, i berretti di lana Carharrt e le label indipendenti. Il che è una cosa bellissima da vedere, siamo d’accordo, ma personalmente non riesco proprio, nonostante gli sforzi, a coglierne il fine ultimo, il messaggio. Sarebbe troppo facile dire che non c’è nessun messaggio. Ed è per questo, amici, che con troppa facilità chiudo il discorso hipster e passo a suggerimenti pratici, onde, tralaltro, evitare un drastico calo della vostra già labile e volubile attenzione. Andate a W. di Sabato pomeriggio, prendete la L e scendete a Bedford Avenue. Fatevi un giro per strada, prendete un caffe in un caffe letterario e, quando siete stanchi di farvi cacare a spruzzo dalle stanghe tatuate e solo apparentemente emancipate a tal punto da distogliere lo sguardo da iPhone e Frappuccino per volgerlo su di voi merdosi turisti, uscite e spostatevi verso il Brooklyn Flea di Williamsburg, che, indiscutibilmente, è una delle esperienze che più vi faranno venire voglia di vivere in questo quartiere, nonostante la malcelata frigidità sessuale delle sue residenti. Trattasi di mercatino delle pulci, con 700 fra espositori, rigattieri, librai, gioiellieri, collezionisti, marmisti, ristoratori, artigiani vari, insomma il non plus ultra dell’acquisto impolverato e della gastronomia gay friendly. D’estate il mercato lo attrezzano in una piazzetta vista Manhattan, d’inverno se vai sulla piazzetta ti prendi schiaffi dal vento fino a scemunire, quindi il carrozzone si sposta al primo piano della fake-fatiscente Williamsburg Saving Bank Tower, con il risultato di farti sentire il fortunato avventore di in una specie di bazar post-nucleare. Vi ho fatto venire voglia? Asgiugatevi e sappiate che accettano anche tutte le principali carte di credito. Quindi asciugatevi di nuovo, e andate a cenare in uno dei ristoranti etnici della zona, che sono tutti buoni e ve ne uscite con una 15-20€ tutto incluso. Digerite con un paio di ‘robusti’ al surf bar, e poi andate a far serata al Bowling, che è un posto pazzesco: uno stanzone industriale con svariate corsie di gioco e una grande pista da ballo, dove coesistono ordinatamente tornei di bowling e live e dj set di pregiata fattura, del tipo che mentre Walter spiega a Smokey che non siamo in Vietnam e ci sono delle regole, voi siete in pista a sentirvi il concerto di Big-Daddy-avete-capito-bene-Kane. Big Things.

Bushwick

Bushwick è come era Williamsburg prima degli hipster, e subirebbe la stessa sorte di W. se non fosse che è praticamente territorio Sud Americano e quelli non li smuovi mica con un paio di grattacieli e una manciata di Apple Store. L’equazione ormai l’avete capita: Industria + Immigrati -> Affitti bassi -> Giovani schiantati + Artisti schiantati -> Amici miei -> Io. A proposito di me, io stavo precisamente a due passi da Myrtle Av, e passeggiare li è come passeggiare per le vie principali del centro di Città del Messico, o di qualche altra metropoli sud americana, con la differenza che non hai paura di morire e fa un freddo puttano. E’ stato qui che, grazie all’amico fraterno che mi ospitava, ho mangiato un ottimo hamburger di tacchino, che con il suo arsenale di spezie ha dimorato nel mio esofago per 48 ore. E’ stato qui che ho visitato la mia prima live poultry e inalato la puzza di merda più atroce della mia vita (big up Pio Pio live poultry ). Ed è stato qui, infine, che ho conosciuto diversi ristoratori ambulanti messicani ex-coinquilini del mio amico, i quali, Dio li benedica, non hanno perso occasione di offrirci i loro prodotti da forno di dubbia provenienza ed ipotizzare giocosamente una relazione omosessuale fra me e il mio amico. Fra tutti questi amabili individui, lasciate che ve ne presenti almeno uno: El Burro, vero mito del barrio. Qui sotto immortalato in un momento di relax. 1623712_10152283453029439_1837722618_n

Bedford – Stuyvesant

Avete presente quello che pensavate che fosse Harlem, che poi ci sono stato e vi ho detto che non lo è, cioè il ghetto nero pericolosissimo dove regnano crack, povertà e hip hop, e dove è meglio che non ci metti piede manco per sbaglio, soprattutto se sei bianco e con lo zainetto da turista? Beh, Bed-Stay do or die, è esattamente questo. Io ho messo la carta di credito e i soldi sotto la soletta delle scarpe ed ho passeggiato per Fulton street per 15 minuti, giusto il tempo di capire che la storia era esattamente così:

Poi sono scappato.

D.U.M.B.O. e Brooklyn Heights

Down Under Manhattan Bridge Overpass, cioè “sotto al ponte di Manhattan”, è un bel quartiere residenziale, con ottimi locali notturni, solitamente cheaper than Manhattan, ingresso libero e musica dal vivo varia ed eventuale. Brooklyn Heights è un altro bel quartiere residenziale: case basse di mattoni a schiera, giardinetti, e una vista stupenda dell’isola della statua della Libertà e della lower Manhattan in generale. Entrambe le zone sono state adottate e poi abbandonate dagli artisti, è per questo che qui si respira un’aria bohemien, come leggerete su tutte le guide. Quello che sulle guide non leggerete invece, è che prima di respirare una qualsiasi aria bohemien in un qualsivoglia posto del mondo, è meglio se passate dal bancomat a caricarvi di fogli.

Coney Island

Tecnicamente non siamo proprio a Brooklyn, ma facciamo di si perchè non saprei dove cazzo parlarvene altrimenti. E poi Coney Island è proprio una lingua di terra che esce dalla bocca di Brooklyn e si ammolla nell’oceano. Nonostante sia il borough che ha dato i natali all’ hot dog, a Jesus Shuttleworth e a quel genio incompreso di Stephon Marbury, la penisola è famosa soprattutto per il Luna Park e per essere veramente un posto di merda in cui tornare dopo una notte di combattimenti. In giro avevo sentito dire che il passaggio dell’uragano Sandy aveva causato grossi danni al parco giochi, alle strutture turistiche e al quartiere in generale. Io i grossi danni non li ho visti, ma di sicuro regnava sovrana una meravigliosa atmosfera di desolazione, merce rara a New York. Ho passeggiato dalle parti del Luna Park, ho mangiato un 5 foot da Subway e poi, stanco di vivere in un episodio di The Walking Dead, ho seguito un ebreo ortodosso fino alla metro, più che altro per cercare di vedere da vicino un cappello a baldacchino come questo.

Bronx

Rapporto scala Bari: San Paolo, C.e.p.
Personaggi famosi: Son of sam, Big Pun.

Il Bronx è pura leggenda, dallo stadio degli Yankees fino a Carlito Brigante. El barrio, per le migliaia di mani mulatte che hanno costruito la Città, e che continuano a farla funzionare. Qui vivono i messicani che cucinano gli hamburger nelle cucine degli Heights, le portoricane che fanno le pulizie negli attici dell’Upper East Side e i Latin Kings che spacciano, rubano e uccidono, per tutta la città e la nazione, ma solo dopo essere andati a messa la domenica. Il Bronx è un Queens più pittoresco e vivo. A dispetto della cattiva fama, giustificata dalla fase di totale abbandono da parte delle autorità cittadine negli anni ’70/’80, che lo ha reso il ghetto metropolitano pericoloso per antonomasia, il Bronx è un borough grande quanto Bologna con tutti i colli, è logico quindi che non possa essere solo trafficanti, sparatorie e balli cubani. Purtroppo. Centri commerciali, musei, zoo e college, fanno del BX un’altra unità indipendente, un’altro dei micro-macrosistemi di NYC. Certo, io per andare sul sicuro, sono stato nel Bronx lo stesso giorno di Harlem, cosi che avevo già salutato per l’ultima volta la mia famiglia e già lasciato il portafoglio e la catenina d’oro di S. Vincenzo nel primo cassetto del comò.

Sceso alla fermata dello Yankee Stadium, ho circumnavigato lo stadio, valutato e poi scartato l’ipotesi di prendermi una maglietta di Canseco, ed infine ho fatto anche l’italiano splendido che sà palleggiare con destro e sinistro, con dei ragazzini che giocavano a calcio nell’enorme playground di fronte alla Babe Ruth Plaza. Quindi soddisfatto di me stesso, mi sono spostato verso Arthur Avenue, nella Little Italy del Bronx. A differenza della little Italy di Manhattan, che è solo una via di ristoranti sopravvalutati con la foto di James Gandolfini in vetrina, questa qui del Bronx è meno little e sicuramente più Italy, non fosse altro per le panetterie e i camerieri obesi dei ristoranti, che qui sono veri italo americani e non greci come a Manhattan.
Di solito non amo i quartieri italiani nelle città straniere, posso sopportare le magliette del bunga bunga, ma non mi piacciono l’abuso di aglio e la mitizzazione della mafia: spesso inviterei volentieri il proprietario turco della “PizzAria Ristorante Don Vito” a trasferire la sua attività nella Locride, così, giusto per provare l’ebbrezza di vivere nell’antistato più totale.
Ma questa Little Italy non è il solito circo per turisti, è sul serio un piccolo quartiere di tarchiati italo americani, con botteghe tipiche di casa nostra e una qualità dei prodotti, devo riconoscerlo, davvero ineccepibile.

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Una volta percorsa tutta Arthur Avenue, mi sono ritrovato dalle parti del Fordham college. Il Fordham è l’università più importante del Bronx e il suo campus è davvero interessante e ben frequentato. Mi ha ricordato le regole dell’attrazione, solo con meno opportunità di sesso promiscuo. Ho girato nel campus fino a sera ed ho chiacchierato con una coppia di studenti del college dell’america e i suoi problemi, e dell’europa e i miei problemi, poi ho mangiato una fajita di pollo, ho giurato a me stesso di non lo farlo mai più, e sono tornato a Brooklyn.

Queens

Rapporto scala “Bari”: Japigia
Personaggi famosi: Nasir Jones, Metta World Peace.

Il borough più grande della città, patria di polacchi, russi, italiani, asiatici, afroamericani, greci, di Metta World Peace e del più grande rapper vivente. Privo dei riflettori di Manhattan, della fama del Bronx, o del fascino di Brooklyn, il Queens è la New York residenzial-popolare, la New York quotidiana, quella di cui si parla nel vostro libro di Geografia della seconda media alla voce “melting pot”, con la foto di un cinese, un nero e un bianco che aspettano il verde pedonale sul marciapiede. Il Queens lo attraversi, lo vivi camminando per strada, annusando le spezie dei fornelli ambulanti, con le gocce di condensa che ti cadono sul naso dalle scale antincendio arruginite, e mentre i bambini giocano nei playground e i rapper vendono i loro cd alle uscite della metro, le persone rallentano e insieme a loro rallenta il traffico, che scorre più morbido, più umano, tra le caserme dei pompieri e le case di mattoni rossi con le bandiere americane spiegate sull’atrio e le palizzate di legno come recinto. E tu te li immagini dentro quelle case, seduti intorno al tacchino il giorno del ringraziamento, o fuori, in giardino, il 4 luglio, a grigliare hamburger e bistecche da 42 pollici.
Ma nel Queens ogni hood ha la sua etnia, ed ogni etnia mostra fiera il suo originale strascico di tradizione, messo in valigia qualche secolo fa e trapiantato ad uno o due oceani di distanza, in un campo di strade e palazzi sconosciuti, sismico almeno quanto fertile, tanto da diventare il cuore pulsante di una delle città stato più affascinanti del mondo.
Quindi bastano un paio di fermate, o un paio di isolati, e le facce in strada cambiano, e allo stesso modo cambiano le lingue sulle insegne dei negozi. Drasticamente, ma con la massima naturalezza possibile. E tu capisci che il Queens è l’arca di Noè su cui New York nel giro di 2 secoli ha fatto salire i popoli alluvionati del mondo intero.

Questa più o meno è New York.

Fine della storia.

P.s. Un high five a me solo per essere stato capace di parlare di New York senza mai usare la locuzione Grande Mela.

9 CommentsLeave a Comment


  • Reply

    auri

    5 anni ago

    0

    Love you

  • Reply

    mari

    5 anni ago

    0

    like like like

  • Reply

    Carlito's

    5 anni ago

    0

    Big up!!!

  • Reply

    m

    5 anni ago

    0

    ciao.. ho letto qualche articolo e devo farti i miei complimenti.. sono della provincia di Bari e da poco vivo a NY.. devo dire che Il "rapporto Bari-NY" m ha fatto davvero sorridere:) complimenti ancora..

    • Reply

      R The

      5 anni ago

      0

      Cheers man

  • Reply

    Gio

    5 anni ago

    0

    My favourite story seller :)

    Ti voglio leggere sulla carta!

    • Reply

      R The

      5 anni ago

      0

      <3

  • Reply

    Mashopinto

    5 anni ago

    0

    PAURA! We want it more!

    • Reply

      R The

      5 anni ago

      0

      <3 x2

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