Funerali-Aldo-Naro

Morire in discoteca

Ho avuto questa cosa in testa per tutta la settimana. Un disagio di sottofondo che mi accompagnava in silenzio, un brutto fastidio. Una di quelle storie che vorresti non aver sentito mai, per lavartene semplicemente la coscienza, per non lasciarti turbare dallo schifo inesorabile che ti ha buttato addosso. Ma purtroppo l’hai ascoltata.

A Palermo un ragazzo di 25 anni, Aldo Naro, è morto in discoteca, preso a pugni da 5 ragazzi, e poi finito con un calcio sulla nuca da un ragazzino di 17 anni, mentre era a terra tramortito.

E questo è il fatto.

Ora, anche io guardo il TG4, quindi lo so, che in questo mondo la gente muore in continuazione. Ogni secondo da qualche parte, muore qualcuno che avrebbe dovuto continuare a vivere: un bambino, un ragazzo, un debole, un innocente. E quello che salva le persone che sopravvivono a questi innocenti, dalla pazzia, dall’abisso del dolore, è la logica. Anche detta fede, per quelli senza fantasia.

La convinzione che ci sia un disegno più alto, o la convinzione che non ci sia alcun disegno, è quello che ti permette di scendere dal letto la mattina e vestirti, anche se tuo figlio, tua moglie, tuo padre o tua madre, sono morti inutilmente, troppo presto, troppo prima di te. E’ quello che ti permette di accettare il mondo che va avanti, e che andrà avanti sempre, con te ed i tuoi cari, oppure senza. Ed è anche quello che spero capiscano la ragazza di Aldo, i suoi genitori, i suoi amici: non è giusto arrendersi all’orrore, c’è troppa bellezza nel mondo.

Se invece quella morte inutile non ti tocca direttamente, se ne vieni a conoscenza di riflesso, e se sei una persona sensibile, ti lasci prendere da uno sconforto più o meno responsabile, più o meno attivo: beneficenza, raccolta firme, parole di denuncia, odio e desiderio di giustizia.

Ma non dura mai molto. Di solito, giusto quel tanto che basta ai tuoi meccanismi di difesa, miseramente umani, per archiviare la storia: è capitato ad altri, non a me.

Non lo dirai mai a nessuno, ovvio. Ma è proprio questo che ti stai raccontando per non lasciarti travolgere da tutto quello schifo. E non puoi certo fartene una colpa, anche tu devi scendere dal letto e vestirti ogni mattina.

Il guaio è quando in mezzo a quella convinzione, si infila il più certo dei dubbi: poteva capitare a me.

A quest’ora io potevo essere in una bara sotto terra, e Aldo poteva stare su una poltrona, a scrivere dal suo portatile sul suo blog, quanto assurda ed inutile era stata la mia morte.

Non è andata così. Stamattina mi sono svegliato e mi sono vestito. Queste cose capitano e capiteranno sempre.

No. Non serve. Latente, la nausea resiste, il disagio resta.

C’è qualcosa di malsano in questa storia, qualcosa di incurabile. Non si può morire in un posto dove la gente, la mia gente, va a divertirsi.

Cosa posso fare? Come posso stare meglio? Non posso. La faccia di quel ragazzo che ride, me la ricorderò sempre. Per fortuna o purtroppo.

Io posso solo denunciare. Le mie parole possono e devono raccontarvi come vanno le cose giù da me.

Ho frequentato molti club, anche all’estero, ed ho vissuto in Sud America, dove ti può capitare di morire per un orologio o un telefono. Ho ballato nei posti più strani, con le persone più disparate, posti dove giravano le droghe più alienanti e la connessione con la criminalità è così tangibile, da essere un dato di fatto.

Ma non ho mai avvertito quella sensazione di disagio, di insicurezza, che provo quando vado a ballare in qualche club del Sud Italia.

Io sono pugliese, barese, per l’esattezza, ma sono certo che chiunque altro pugliese, campano, calabrese o siciliano, sà perfettamente di cosa parlo.

Giù da me “non è successo niente, manco una rissa” è uno degli indici di gradimento più importanti di una serata o di un party, motivo di vanto per il il p.r., il promoter o il proprietario del club.

Ed è assurdo, ma non ce ne rendiamo conto.

Quando non vivi in posti di criminalità organizzata, l’errore più grave che puoi fare e pensare che la gente di quel posto, tutta la gente, sia collusa o comunque rassegnata a quello stato di cose. Ma la nostra non è rassegnazione, è qualcosa di peggio: è abitudine. Quando nasci e cresci in posti di mafia, certe dinamiche le dai per scontate, te le spieghi perfettamente. Non c’è bisogno di Saviano.

Io so chi è il socio occulto della maggior parte dei club e delle discoteche del Sud Italia, so a chi fanno capo i buttafuori dei locali, so come fa il vostro spacciatore a smazzarvi indisturbato l’md nel bagno del locale ogni sabato.

Con questo non voglio dire che in tutti i locali del Sud ci sia la mano della mafia.

Dico solo che per la mafia la discoteca è un business enorme. Per la malavita locale, se un locale chiude per una rissa o una sparatoria, sono migliaia di euro al giorno che vanno in fumo. Allora come cazzo è possibile che nemmeno l’antistato sia in grado di impedire a qualche spina di andare a ballare con la pistola? Come è possibile che queste cose accadano in “casa” loro, contro le loro stesse logiche di profitto? Se non è colpa diretta delle organizzazioni, chi sono questi 5 che venerdi scorso sono andati a ballare per uccidere?

Sono i reietti degli emarginati. Quelli che vivono nei recinti umani di periferia, dove la mafia recluta i suoi braccianti, ai margini di una realtà già marginale, come il Sud, di uno stato, l’Italia, che vive ai margini dell’Europa.

Il loro movente va ben oltre la sociologia, l’educazione o la logica.

E’ puro odio che sfocia in rabbia, e genera altra rabbia. L’alcool e la coca, non sono le cause, sarebbe troppo comodo, sono solo il mezzo.

Questo è male vero, quello più tremendo e cupo, senza scuse o attenuanti, senza alcun limite ne compromesso.

E di fronte al male vero, ci sono due strade: il perdono o l’odio.

Io non sono abbastanza uomo per perdonare.

Vorrei vedere tutti e 5 quei figli di puttana a crepare in galera per quello che hanno fatto e che rifarebbero ogni giorno se ne avessero la possibilità. Vorrei che nel mio paese il sistema giudiziario garantisse la certezza della pena, come unico vero deterrente a crimini assurdi e insensati. Vorrei che la gente incapace di stare nella società, vivesse nei lager, non nelle galere. Vorrei che le persone oneste fossero libere di divertirsi, vorrei che le droghe servissero ad unire e non a dividere. Vorrei giustizia. Vorrei, vorrei e vorrei.

Ma questo è solo altro odio sterile, ed io ho solo paura di quello che non riesco a capire.

Perchè poteva capitare a me.

Funerali-Aldo-Naro

2 CommentsLeave a Comment


  • Reply

    Daniele

    4 anni ago

    0

    Articolo e pensiero semplicemente fantastici, sono di Bari anch’io, faccio il dj (non di sala) da 10 anni e purtroppo so perfettamente di cosa stai parlando…complimenti davvero per essere riuscita a racchiudere in poche parole, un riassunto dettagliato della nostra triste situazione nei club.

    • Reply

      R The

      4 anni ago

      0

      Grazie Daniele

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