New York.

Ogni volta, prima di partire, immaginiamo la nostra destinazione prendendo spunto da un importante catalogo di luoghi comuni, racconti e leggende. Tramandati di viaggiatore in viaggiatore, questi punti cardinali immaginifici, ammantano un remoto e sconosciuto angolo di mondo di un velo di mistero, promiscuità e speranza di rapporto sessuale. E alla fine è proprio questo ‘velo’, la condizione necessaria e sufficiente a farci caricare la Postepay e sistemarci scomodamente sull’ air-pullman-Ryanair, mentalmente già proiettati al bus rosso a due piani, destination Fabric, con seguito di ragazze emancipate della City, pronte a sdraiarsi al suono delle sole tre parole magiche: “I”, “am”, “italiano”. Poi però atterriamo, cambiamo in sterline il sopravvalutato contenuto della Postepay, e prendiamo il Terravision per Victoria Station, dove in un tripudio di curry, cumino e pakistani, c’è il nostro amico italiano che fa il cameriere a Soho, ma vive in zona 5, con un napoletano, un siciliano e un divano libero in cucina. London state of minchia. Giusto? Giusto.

In viaggio, troppo spesso, la realtà svilisce la fantasia. E io credevo fosse una regola universale, un dogma senza eccezioni. Fino a che ho viaggiato attraverso quell’eccezione. Si, bambini miei, sono stato in un posto dove la fantasia si fa viva e turgida, e si incula la realtà. Dove la fantasia è la mistress della realtà: la costringe a seguire le sue regole, confondendo cronaca e sceneggiatura in unico gigantesco intreccio di storie assurde almeno quanto plausibili. Il risultato è una città fatta di sogni avverati e aspettative realizzate, una New York ancora più New York di quanto possiate mai immaginarla. Proprio come il grande paese perfetto e problematico di cui questa città è la metropoli più rappresentativa. Ma non è ancora il momento, quindi andiamo per gradi.

Atterro a Newark, l’areoporto del New Jersey, alle 21 ora locale, pronto alla tempesta artica che in patria le donne della mia famiglia mi avevano profetizzato e che effettivamente aveva costretto diversi areoporti della east coast a chiudere per un paio di giorni. Ma comunque, colpo di culo, dal mio atterraggio e per i successivi 10 giorni, la temperatura si assesterà intorno allo zero spaccato. Pigiama da sotto, mutanda sul termosifone.

Con i puntualissimi treni americani, non come a Trenitalia!!1!1!, in 1 ora raggiungo Union Square, pulsante cuore notturno di Manhattan, dove mi aspetta il mio amico che, si, è italiano, si, lavora in un ristorante italiano di lusso, si, mi accoglie con la pasta, si, guadagna bene, e si, è il primo luogo comune che vedrete prendere vita in questa storia a stelle, strisce e grassi saturi.

Abbracci e baci, salutiamo lo chef del ristorante, curiosamente americano, e il resto dello staff, ovviamente messicano, e ce ne andiamo verso casa: luci, grattacieli, ambulanti di hot dog agli angoli delle strade, gente che si fa i cazzi suoi e cammina dritto, metro funzionante 24/7, vapore che esce dai tombini ed io che cammino guardando in alto.

New York è e non può non essere. E’ una città-stato, un autosistema a circuito chiuso, un macroorganismo autonomo. Talmente autonomo, da essere la prima città al mondo in cui è il comune stesso a invitare esplicitamente i suoi abitanti ad andare fuori dai coglioni per un po’.

Get out

In 10 giorni ho girato questa città da un capo all’altro delle 26 linee di Metro, da nord a sud, di giorno e di notte. Ed ho visto tanto, tantissimo. Ma per fortuna vostra avevo in mio possesso quanto necessario per sintetizzare il tutto, e cioè: know how dei diagrammi di flusso, acquisito sui banchi del quinquennio elementare verbalizzando gite alla Certosa di Padula, e ben 2 caricatori portatili per iPhone, acquistati a poco dal grossista cinese di fiducia. Quindi, signorine, senza troppi indugi, ecco a voi quello che ho visto, classificato, metabolizzato e indicizzato.

MANHATTAN

Personaggi famosi: Carrie Bradshaw, Gordon Gekko, Maestro Splinter.

Rapporto scala “Bari”: Bari alto/Poggiofranco/Corso Cavour/Estramurale Capruzzi/Quartiere Libertà.

Lower Manhattan

Manhattan è l’isola verticale più famosa del mondo, nell’immaginario anni ’80 è la vera NYC. Ed è un immaginario che resiste, visto che il Sud di Manhattan è dove Google Maps ha messo la scritta “New York”. Qui, se non l’avete capito, si fa il $ vero. Statua della Libertà, World Trade 11/9, Wall street, banche, uffici e palazzi che se non hanno 50 piani minimo ve li costruite a Brooklyn e non scassate i coglioni a noi padroni dell’universo. Per strada si respira benessere e pulizia, e ti vengono i rimorsi a pensare alla tua carriera lavorativa così povera di aspirazioni. Certo, se ce l’hai una carriera. Poi però i rimorsi ti passano se fai un calcolo tipo “Dalle 8.00 alle 18.00 Lun/Ven corrono tutti che dove vanno me lo devono ancora spiegare” fratto “soldi spesi in bamba” moltiplicato per “rapporti umani inesistenti” uguale “andate a prendervela nel culo”. Per corroborare questa mia affermazione, oltre che per manifestare la mia solidarietà ai cugini di Occupy, ho anche pisciato sotto la pioggia in una cabina telefonica a Wall Street = RIOT!
Ora, che questo tipo di società simoniaca crei inevitabilmente i suoi mostri, lo sapevo, quello che non sapevo è che a Battery Park, il parco sotto Wall Street, vista Statua della Libertà, ci fossero barboni con il laptop che sfruttano il free wifi.

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West Village

Nel West Village ci sono qualcosa come 2000 ristoranti e locali ad alta concentrazione di movimento notturno pettinato, con un fottio di club house trash/dresscode. Come il 230 rooftop bar, dove potrete andare in ipotermia ammirando lo splendido panorama di Manhattan dal 21esimo piano, mentre vi violentano le orecchie con gli ultimi successi di Nicky Romero ballati “like-there’s-no-tomorrow” dalla cricca troppo cool sponsored by American Express Gold™. Tranqui pero’, se proprio volete farvela sull’isola anche di notte, ci sono, of course, anche posti fighi e più easy-going, tipo un posto bello con atmosfere country e cantante black, dove mi hanno portato i miei amici italiani, che però stavo troppo messo per ricordami il nome, o tipo il Fat Cat, che è una specie di oratorio con band jazz, ping pong, biliardo, biliardino e belle fighe. Lo trovate all’angolo tra Cristopher St. e la 4th. Scusate, ma era dall’inizio che morivo dalla voglia di darvi un indirizzo “all’angolo-tra-e”.

Tribeca, Soho, Chelsea, Greenwich Village e Storia Bella

Poco al di fuori del financial district, si trovano quartieri residenziali un po’ più umani e vivibili, tipo Tribeca, la celebre Soho o il Greenwich Village. Cioè, umani si, ma vivibili solo se ce la fai a pagare 1000 $ di fitto a settimana.

*Storia bella su questa parte di Manhattan*: Un giorno che mi sentivo particolarmente deficiente mi sono fatto a piedi tutta Soho e tutta la Broadway, fino al ponte di Brooklyn, dove, ormai giunta notte, nell’indifferenza più totale mi sono accasciato, esausto, su una panchina ghiacciata, in un’estasi di freddo e fame. Qui davanti al ponte, in mezzo ai palazzi spenti e ai taxi, questa realtà mi si è rivelata per quella che è: effimera, illusoria ed s.p.a. Milioni di persone che corrono veloci, in tondo, lungo il loro binario Polistil, dallo start al traguardo, un numero di giri prestabilito. Io ero fermo immobile sulla panchina, non stavo girando in tondo, ed era quello e soltanto quello il motivo per cui riescivo a vedere la pista, gli spettatori e i mutui. Ho avuto paura, mi sono sentito totalmente inutile nella logica dell’universo profitto guadagno, meno che un compratore, meno della merda. E’ stato un attimo. Poi mi sono trascinato in un giapponese, ho mangiato un ramen bollente, e mi sono nuovamente calato nei 2° sottovento del Village, alla ricerca della casa di Carrie o almeno di quella di Charlotte, ma ero fuori strada. Completamente, completamente fuori strada. *Fine storia bella su questa parte di Manhattan*.

Degno di nota in zona è anche il Chelsea Market, nell’omonimo quartiere Gay-si-ma-devi-avere-i-$. Trattasi di una ex-fabbrica di biscotti voltata a centro commerciale radical chic, con un sacco di negozi e ristoranti interessanti. Uno su tutti certamente, la pescheria/ristorante con reparto “aragosta fresca” cotta al vapore per 20$ = Luxury life.

Central Park

Attraversiamo la roboante e scontata Times Square, e proseguiamo fino al centro di Manhattan e al suo vitale intestino verde rettangolare, also known as Central’muoridifreddo’Park. Costruito a metà dell’800 in un’area abitata da barboni, per permettere ai new yorkesi di svarionare e farci vivere altri barboni, il parco confina a destra con l’upper east side, a sinistra con il palazzo di Gozer il Gozeriano, sopra con Harlem e sotto con l’hotel di Mamma ho perso l’aereo 2. Il parco è una figata da girare a piedi, ma con il sole, non con i lastroni di ghiaccio, quindi tutto quello che posso dirvi è che la vecchia dei piccioni amica di Kevin è morta e che se qualcuno ti fa questa domanda, tu gli devi dire si.

Upper East e West

A destra di Central Park, come dicevo, c’è l’Upper East Side. Se vivi qui devi fare, avere, o avere a che fare con tanti, ma tanti soldi, tipo Financial Distric o 5th Avenue di cui sopra. Altrimenti scordatevi i pompini di Samantha Jones. Se avete visto un film su New York con i soldi in mezzo, molto brobilmente è stato ambientato qui: tipo Gossip Girl, L’avvocato del Diavolo o la mia personale bibbia-serie Tv, quella a cui devo tutto quello che so sui desideri inappagati delle donne e i cappelli da donna più brutti del pianeta, Sex and the mothafukin’ City.

A sinistra di Central Park, c’è l’Upper West Side. Che si fa la guerra con l’Upper East. No, non è vero. Comunque l’Upper West è più abbordabile, cioè qualche decennio fa lo era. Mo’ Maria abita su nel Bronx, e se volete stare qua di casa dovete cacciare parecchia pomata.

Columbia University

Concludiamo il tour dell’isola con una panoramica sull’area Nord, in particolare la Columbia University e Harlem.

La Columbia è una delle università più prestigiose del mondo, non per niente è l’università dove va la figlia di Tony Soprano. Questo è quanto, perchè in realtà a parte un prato, una scalinata e diverse migliaia di asiatici con il mac, non c’è un cazzo da vedere o da fare. Stavo per manifestare il mio accorato disappunto ad un giapponese inforforato con cui condividevo la presa elettrica della caffetteria, ma avevo altro a cui pensare, tipo Harlem.

Harlem

First thing first, Harlem non è affatto il ghetto nero degli anni d’oro del crack, che se sei bianco è meglio che non ci metti piede manco con l’esercito. Però la sensazione di essere, prima in minoranza e poi in solitudine, etnico razziale, è una cosa che ti fa riflettere e che consiglio ad ogni bianco caucasico di provare almeno una volta nella vita. Gli afroamericani e tutte le altre minoranza etniche della City, convivono in questa giungla di poliuretano, cemento e mattoni rossi, ognuno nel suo spazio, ognuno con le sue usanze ed un ostentatissimo orgoglio per le proprie origini, che, come sappiamo benissimo noi italiani, acquistano realmente valore solo quando ci allontaniamo da casa. Questi microsistemi, più o meno chiusi, più o meno aperti, convivono in bilico, in un equilibrio necessario e mai scontato, figlio di una passato recente e dolorosissimo. Ma cazzo convivono. L’ho percepito la prima volta proprio qui, ad Harlem. Quando sono rimasto l’unico bianco nel vagone della metro, e dopo, camminando su per la Malcom X av. e le sue arterie fino alla malfamata East Harlem, tra le chiese gospel e i ristoranti di pollo fritto, con gli anziani che chiacchierano agli angoli delle strade e i ragazzini che fanno freestyle nei cortili dei projects, non mi sentivo in pericolo, ma solo fuori luogo. La musica, la strada, the way they act, talk and dress, sono parte di una cultura che esiste, è tangibile, va rispettata, ed è tutta loro. Non tua. Punto e basta. Poi, è chiaro, non ci sono andato mica a notte fonda. Sono curioso, non coglione.

A proposito di coglioni, sono arrivato fino all’ultima fermata di Harlem, al confine col Bronx, solo per vedere il Rucker Park, il playground di Basket più famoso del mondo, speravo di trovarci qualcuno a giocare, ma ci ho trovato solo un ragazzino nero di passaggio, che mi ha spiegato ridendo che a basket all’aperto non si può giocare se fa freddo. Quindi eccovi una foto del Rucker Park deserto scattata da un bianco coglione congelato.

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Da Manhattan è tutto. To be continued. Pace.

4 CommentsLeave a Comment


  • Reply

    auri

    5 anni ago

    0

    Scrivi scrivi. Guardo con i tuoi occhi. Love you

    • Reply

      R The

      5 anni ago

      0

      <3

  • Reply

    Mashopinto

    5 anni ago

    0

    Cazzo…voglio un tuo libro. Greetings from Berlin

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  1. New York 2. | Cute girl bad lighting

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